Manifesto – Terzietà

TERZIETÀ

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La violenza abita lo spazio. Nasce quando uno occupa tutto lo spazio disponibile — fisico, simbolico, relazionale — impedendo all’altro di esistere. Il corpo violato è prima di tutto un corpo a cui è stato tolto il diritto di occupare il proprio posto nel mondo.

Eppure lo spazio non è neutro. È sempre già abitato da una presenza che lo precede e lo eccede: quella dello Spirito Santo che aleggia sulle acque del caos. Lo Spirito non occupa, apre. Non domina, genera distanza feconda, quella distanza senza la quale non c’è relazione, ma solo fusione o sopraffazione.

Questa è la radice teologica della terzietà: non una categoria giuridica importata dall’esterno, ma una struttura originaria dell’essere creato. Dio stesso, nel gesto della creazione, si autolimita — fa spazio all’altro affinché l’altro sia. La kénosi non inizia a Betlemme: inizia nell’atto originario con cui Dio rinuncia a essere tutto, perché ci sia qualcosa che non sia Dio.

La violenza è, in fondo, il rifiuto di questo gesto. È la pretesa di essere tutto, di riempire ogni spazio, di non tollerare l’alterità che mi interroga e mi limita. Levinas lo ha visto con precisione: il volto dell’altro esercita una sorta di violenza, perché è un appello che non posso ignorare, una domanda che non ho chiesto di ricevere. La risposta violenta è il tentativo di cancellare quel volto, di ridurlo al silenzio.

Ma c’è un’altra risposta possibile. È quella che lo Spirito rende praticabile: accogliere l’appello dell’altro come luogo della propria umanizzazione. Non nonostante la differenza, ma attraverso di essa. L’intersoggettività autentica non nasce dall’accordo, ma dalla capacità di tenere aperto lo spazio tra sé e l’altro senza chiuderlo né con la violenza né con la fusione.

Cristo è la figura storica di questa terzietà. Non si interpone tra i contendenti come arbitro neutrale, si fa carico della violenza, la attraversa, la trasforma dall’interno. Il corpo di Gesù è il luogo in cui la violenza umana incontra la resistenza non violenta di Dio: non la forza che schiaccia, ma la debolezza che non cede. “Rimetti la spada nel fodero” non è ingenuità quanto la proposta di un’altra logica, quella dell’amore agapico che non cerca il proprio spazio a spese dell’altro, ma genera spazio per tutti.

Lo Spirito è il custode di questo spazio, e lo è stato da sempre nella Trinità, fino alla morte sulla croce di Gesù, dove Padre e Figlio sembrano lontanissimi. Là dove soffia, nessuno può pretendere di possedere la verità intera, di esercitare il potere senza limite, di parlare senza essere interrogato. La Pentecoste produce una pluralità di voci che si comprendono senza annullarsi. È, in nuce, la forma teologica della divisione dei poteri: non come concessione tattica, ma come fedeltà alla natura stessa dello Spirito che unisce senza fondere.

Una Chiesa, una comunità, una società che vuole disinnescare la violenza deve imparare a custodire questo spazio terzo: il luogo in cui nessuno è tutto, in cui il profeta può parlare al re, in cui la vittima ha voce e il carnefice può essere interpellato senza essere distrutto. Non uno spazio irenico, ma uno spazio abitato dalla speranza che la violenza non abbia l’ultima parola.

Nella luce e nella forza dello Spirito, questo è possibile.  Pratica quotidiana di chi accetta di non essere tutto e scopre, in questo limite liberamente accolto, la forma più alta della propria umanità.


 

 Antonio Bergamo (ATI)
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