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Corpi da rispettare. Parole per curare. Un manifesto contro ogni violenza

a cura del Coordinamento delle Associazioni teologiche italiane (CATI)

Il manifesto che segue non è una dichiarazione di intenti, ma uno strumento vivo per mappare e disinnescare l’impatto della violenza sui corpi. Frutto del lavoro sinergico del CATI (Coordinamento delle Associazioni Teologiche Italiane) e delle diverse associazioni che lo compongono, le dieci proposizioni, collegate ciascuna a uno o più contributi in forma ipertestuale, indagano l’impatto della violenza sui corpi dentro e fuori la comunità cristiana. Il senso di questo lavoro risiede in una convinzione solida di tutte e tutti quanti noi: non è possibile elaborare una teologia credibile partendo da categorie astratte, prive di senso storico o difensive per le istituzioni. L’unica prospettiva evangelica consiste nello schierarsi dalla parte di coloro che hanno subito o continuano a subire violenze di ogni genere, ponendo le basi per nuove pratiche di cura.

 

    1. Il corpo è l’essere umano come oggetto e come soggetto, fatto di azioni, emozioni e capacità cognitiva.
      In ognuna di queste dimensioni il corpo può subire violenze, che vanno oltretutto considerate al plurale perché i corpi sono situati e attraversati da differenze.
    2. Ogni corpo è portatore di una radicale vulnerabilità, che scaturisce dalla sua parzialità.
      La parzialità fonda l’esigenza della cura sorta dalla interdipendenza dei corpi e rivelativa della struttura relazionale della persona umana.
    3. La cura permette di costruire una casa comune da abitare.
      In questa impresa le religioni in dialogo possono portare il loro contributo lavorando per la pace e rifiutando di normalizzare la forza o di legittimare la sottomissione del più debole. Mai il nome di Dio sia utilizzato per giustificare la violenza tra i popoli!
    4. Contrapposto allo stile della cura è quello dell’abuso e dell’avidità.
      Se la consapevolezza della parzialità di tutti spinge verso la cura reciproca, al contrario l’abuso viola il corpo altrui e l’avidità – come insegna ampiamente la Scrittura – tende ad accaparrare smaniosamente come se si fosse gli unici e come se questo potesse curare la propria vulnerabilità.
    5. La cura si realizza anche nel mezzo dei conflitti.
      Accanto alle guerre che insanguinano il mondo, e davanti alle quali la cura si fa vicinanza alle vittime e impegno per la pace, ci sono i conflitti della vita quotidiana e comunitaria. Lungi dal doverli negare sempre, questi sono persino sintomo di una buona relazione in cui emergono diversità e divergenze che possono essere una risorsa per una Chiesa realmente sinodale. Abitare il conflitto richiede la capacità di ascoltare profondamente la realtà e le storie di vita.
    6. Le pratiche di cura si concretizzano nella custodia e nella tutela delle persone.
      Atteggiamenti autoritari, posture sprezzanti e il condizionamento psicologico sono vere e proprie condotte violente. Custodire le persone significa vigilare preventivamente sulle prassi relazionali per garantire la piena libertà di coscienza di ciascuno.
    7. Una delle più delicate pratiche di cura è l’esercizio del potere.
      Il comportamento autenticamente evangelico esige l’adozione del principio del giusto equilibrio che impone l’attenzione e la difesa dei più deboli. Un potere che travalichi questi limiti diventa abusante, perché non è più capace di mantenere aperto lo spazio fra sé e l’altro/a, senza chiuderlo con la violenza o la fusione.
    8. Un annuncio non violento richiede la cura del linguaggio.
      Anche la predicazione e la teologia sono state nei secoli veicolo di violenza, come quando hanno assecondato stili patriarcali, rafforzando l’idea delle donne come marginali e dei loro corpi come disponibili. Una teologia non violenta, dunque, dovrebbe lavorare maggiormente sul linguaggio, consapevole che le parole hanno la capacità di deformare o trasformare la realtà. D’altro canto, la predicazione, rinunciando al criterio del successo e dei grandi numeri, dovrebbe riscoprire un modello di comunicare che considera la libertà e la dignità dell’altro/a come parte integrante del messaggio, proprio come fa Gesù nelle parabole.
    9. La forma più insidiosa di violenza è quella subdola e nascosta.
      Essa si consuma capillarmente all’interno di strutture ecclesiali che, per loro vocazione, dovrebbero essere luoghi di cura e trasparenza. Questa “violenza truccata” si nutre di asimmetrie distorte e di una sacralizzazione deformata dell’autorità che, sistematicamente, sfocia in abusi. La fedeltà al Vangelo richiede il coraggio di spezzare questo velo di ipocrisia, riconoscendo che le strutture istituzionali stesse devono essere costantemente verificate e convertite.
    10. Per rimuovere la violenza è necessario convertire le strutture.
      Spezzare la catena della violenza è possibile e richiede il coraggio di investire nell’educazione. La sola giustizia retributiva, infatti, non è sufficiente. Occorre scegliere il paradigma della giustizia rigenerativa, che offre programmi di mediazione in cui la sofferenza della vittima è posta al centro e l’intera comunità è coinvolta nella ricostruzione dei legami. Questo processo esige anzitutto che l’istituzione accetti di guardarsi allo specchio, mettendo in discussione l’assetto dei poteri e i modelli formativi, e avvii, dove necessario, percorsi di riforma.

Il manifesto lancia ora una sfida provocatoria alle nostre comunità e ai nostri luoghi accademici: la teologia che elaboriamo è davvero in grado di tradursi in azioni di giustizia e pratiche di cura? Siamo coraggiose/i abbastanza da smantellare le dinamiche di potere abusanti, mettendo in discussione i nostri assetti per schierarci con decisione dalla parte di chi subisce violenza? La provocazione ultima, per tutte le realtà teologiche italiane, è smettere di essere soltanto spettatori: solo accettando di convertire radicalmente le nostre strutture renderemo la Chiesa uno spazio autenticamente vivibile.